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lunedì 2 maggio 2011

CAMINO INGLES - Traduzione in italiano della Guida di John Walker

Posto qui per una futura consultazione la traduzione della guida del "camino Ingles" di john Walker.

La traduzione comprende il tratto di viaggio da Ferrol a Santiago de Compostela che è quello che dovrò fare anch'io quest'estate, mentre ho tralasciato la parte che inizia da A Coruna.

CAMINO INGLES - Giugno 2010 - Mino - Hospital de Bruma

28 giugno 2010

Naturalmente come le ultime due notti ho spalancato gli occhi verso le tre, giusto in tempo per sentire gli ultimi suoni provenienti dal centro di Miño, musica da ballo latino americano che va tanto di moda anche dalle nostre parti.
Poi ho sonnecchiato fino alle cinque e completati i preparativi in punta di piedi siamo partiti verso le sei. È ancora buio e l’aria è fredda. Il bucato di ieri non è completamente asciutto, allora con le mollette attacchiamo qualcosa agli zaini.
A pochi metri dall’albergue c’è una palestra e

vediamo che anche lì qualcuno è già sveglio e sta preparandosi per la giornata: lì alloggia la comitiva di ragazzi che si era fermata a Neda e qualcuno degli adulti che li accompagna si sta già dando da fare attorno a qualche fornello da campo, probabilmente per preparare le colazioni.
Noi per ora la colazione la saltiamo nella speranza di trovare sul cammino qualche bar aperto.

Usciti da Miño dopo il ponte “do Porco” ci aspetta subito una salita infernale. Fino a Betanzos è un continuo saliscendi nei boschi tra piccoli borghi dove non si trova un bar aperto. Per strada però si trovano molte zone con fontane o levaderos dove ci si può riposare e rinfrescarsi. Dopo due ore di cammino ci siamo accorti che Ele ha perso i suoi pantaloni che aveva steso sullo zaino e dato che secondo lei la
colpa è mia (dovevo starle dietro invece di andare sempre forte in salita) torno indietro per un chilometro correndo libero dal peso dello zaino senza trovarli. Un peso in meno da portare. Nel frattempo però ho recuperato due bastoni nel bosco della misura giusta per lei sperando che le possano servire.
Arriviamo a Betanzos prima di nove e mezza: tanto

per capire ci abbiamo messo quasi tre ore e mezza per fare meno di nove chilometri, con il nostro solito passo calmo, ma anche per le tante salite e soste che abbiamo fatto. Abbiamo fatto un breve giro nel centro storico e poi verso il centro della città nuova camminando per un’altra salita ripidissima. La piazza principale è già piena di gente nei negozi e nei bar aperti (in periferia non apriva nessuno prima di
9:30!). Tra molti bar eleganti ci fermiamo in quello più alla mano per un caffè doppio e croissant (doppi) all’aperto. Il freddo ormai è sparito e ci aspetterà una giornata rovente.
Mentre Ele finisce di far colazione approfitto per far timbrare la credenziale all’ufficio del turismo che è proprio nella piazza e chiedo indicazioni per uscire dalla città. Poi approfittiamo dei negozietti per fare
provviste: le informazioni in mio possesso mi dicono che dopo Betanzos ci sarà un altro posto dove rifocillarsi, ma poi più nulla per chilometri: pane, chiorizo, frutta, acqua e coca cola a volontà. Uscendo dalla città, nei pressi del monumento al pellegrino (sempre in cima ad una salita, tanto per cambiare), troviamo un paio di piccoli cani aggressivi che vorrebbero impedirci il passaggio, ma si calmano subito alla vista del bastone (io l’avevo preso solo per questo).
Alle tredici, dopo un paio d’ore di boschi e sole a picco, dove tra l'altro abbiamo trovato un sacco di cartelli che pubblicizzavano un numero di telefono per chiamare il taxi, nei pressi di Limiñon o giù di lì, troviamo un piccolo cimitero con l’immancabile chiesetta al centro che facendo ombra ne fanno un

luogo perfetto per fermarsi, riposare e pranzare. Devono averla pensata come noi anche altri tre giovani pellegrini spagnoli che se ne stanno sdraiati per terra a sonnecchiare; uno di loro apre un occhio e sorridendo ci augura “buen camino”.
Ci fermiamo. Appoggiati al muro mangiamo solo un po’ di frutta e usiamo la fontanella con un secchio di pietra alla base per bagnare i piedi. È bastato
davvero poco per farci ritornare le energie. Dopo mezz’ora siamo pronti a ripartire e in quel momento arrivano anche Alessandro e David che sono partiti un’ora dopo di noi questa mattina e ci hanno già raggiunti. Per tutto il giorno sarà un continuo rincontrarci sul cammino, loro ci superano sempre, poi li raggiungiamo quando si fermano a riposare. Anche i tre spagnoli quando camminano vanno come treni, ma poi li troviamo seduti da qualche parte nei boschi, magari a cucinare qualcosa col fornellino da campeggio. In una casa (grazie anche ad Alessandro e David che ci sono arrivati prima di noi) ci offrono acqua fresca ed è un vero sollievo perché non c’è un filo di vento, il caldo non è afoso, ma si fa sentire e nei boschi gli alberi non fanno ombra abbastanza per avere un po’ di frescura. Passiamo poi per il bar Julia, avrei preso un gelato, ma non trovo nessuno al banco.
Andiamo avanti, la guida dice che c’è una fuente con acqua freschissima sulla riva di un torrente, ed è vero, ma c’è attaccato il simbolo di “non garanzia di potabilità”. Ci rinfreschiamo solamente, ma poi arriva un hombre del luogo che la beve senza problemi e ci spiega che l’acqua arriva da un lago in cima ai monti e
la giunta non avendola trattata non può garantirla. Ne bevo subito un litro e riempio le borracce. Ci riposiamo bene perché da lì ci sono ancora dieci chilometri di cui almeno tre di salita bella dura. Il primo tratto su asfalto è pendente, ma sopportabile. Ele già annaspa, ma su una seat ibiza grigia arriva Benigno, l’hospitalero di Bruma che sta facendo un giro per controllare se stanno arrivando dei pellegrini: si offre di portare all'albergue almeno gli
zaini, ma io stoicamente rifiuto, anzi spero proprio che Ele accetti un passaggio e si faccia portare, perché è proprio distrutta. Invece vuole finire la tappa, ma cede lo zaino al signore e proseguiamo. Sono le diciassette. Il señor ci dice che tra un paio d’ore saremmo arrivati andando con calma.
Ci sono quei tre chilometri davvero terribili: non ho
mai sofferto nessuna salita in questo cammino, ma questa mi ha tolto davvero il fiato. Andiamo pianissimo e ci fermiamo mille volte. Ele senza zaino sembra andare meglio, ma la pendenza stronca subito la sua voglia di camminare ritrovata, poi, poco alla volta, superiamo anche questa. Non so quanto ci abbiamo messo, di certo più di un’ora. Subito dopo ci si può dissetare e la salita si fa
talmente dolce che sembra pianura, ma mancano ancora più di sei chilometri.
Sempre con passo blando e stanco andiamo avanti mangiando allegramente pistacchi, ma
il tempo passa e l’albergue sembra non arrivare mai. Sono già parecchie ore che non guardo la guida e non so a che punto ci troviamo. Alla fine trovo l’unico bivio non segnalato e anche la guida non mi aiuta molto. Avrei dovuto trovare un ponticello su un torrente e in effetti, ascoltando bene, il rumore dell’acqua proveniva dalla mia destra e naturalmente ho preso la strada a sinistra e mi sono fatto almeno un chilometro per niente prima di arrendermi e tornare al bivio dove avevo lasciato Eleonora. Nel frattempo sono giunti i tre ragazzi spagnoli che dopo qualche indecisione vanno nella giusta direzione. Proseguiamo senza seguirli (vanno ancora forte) e alla fine arriviamo a destinazione. Il sole è ancora alto nel cielo, ma sono le venti e trenta. Più di quattordici ore di cammino.


Beniño e Carmen, gli hospitaleros di Bruma sono ormai un’istituzione del camino ingles, sia perché sono gli unici, sia per la passione con cui svolgono “questa missione”. Ad ogni pellegrino che arriva viene mostrato il rifugio, assegnato il letto, ordinato anche la cena dal albergo vicino (Meson Novo) per chi è troppo stanco per cucinare o non ha voglia di farsi altri due chilometri per raggiungere l’unico ristorante della zona. Abbiamo fatto un po’ di casino per il sello perché Ele non trovava più la carta d’identità, ma poi tranquillamente ci siamo fatti la doccia mentre aspettavamo l’ottima cena, pasta fredda per due, carne asada per Ele, merluzzo per me, e torta di Santiago; oggi ho fatto io il bucato (poca roba, come sempre) e poi due chiacchiere prima
di andare a letto distrutti. E qui apprendiamo che il tedesco e i due danesi non sono riusciti a finire la tappa e hanno approfittato del taxi per farsi venire a prendere nei boschi :-) e guardano tutti mia moglie con molto “respect” per avercela fatta. Facciamo qualche foto perché probabilmente non si fermeranno a Sigueiro, ma raggiungeranno direttamente Santiago con altri mezzi. La famiglia spagnola e la comitiva di ragazzi (che pare fossero attesi all’albergue) non sono arrivati, avranno saggiamente diviso la tappa in due parti, in compenso c’è un altro pellegrino spagnolo e Fiorella, una signora anglo italiana originaria di Bologna che fa solo qualche chilometro al giorno godendosi con tutta tranquillità le bellezze di questo cammino. La giornata termina ed è bastato avvicinarmi al letto per addormentarmi. Anche stanotte ho aperto gli occhi mentre tutti dormivano ma è stato solo un attimo, troppo stanco per pensare ad altro tiro dritto fino a quando mi sveglieranno.

CAMINO INGLES - Giugno 2010 - Tappa Neda - Mino

27 giugno 2010

Alla fine ci svegliamo tardi anche questa mattina; la prima notte con gli altri pellegrini è andata via liscia (non che non ci sia abituato, ho fatto il militare….) anche se avrò dormito si e no cinque ore, mentre Ele russava che è un piacere. Il tedesco e i due danesi sono mattinieri, fanno colazione e partono. Cominciano i primi acciacchi: Ele suda freddo e ha forti dolori mestruali e si deve rimettere a letto per mezz’ora prima che gli passino. Partiamo alle nove e mezza mentre la famiglia spagnola sta ancora sistemando le proprie cose (sono stracarichi, mi fanno venire il dubbio che siano in macchina J ). Costeggiamo per un po’ il fiume ammirando la natura, quindi passiamo per il centro storico di Neda (niente di particolare) e se non fosse per un simpatico señor avrei sbagliato subito strada.

Non abbiamo ancora fatto colazione, allora ci fermiamo al Cafè Hermida che è sul cammino ed era pubblicizzato con un cartoncino sul muro dell’albergue con lo slogan “noi vi facciamo la colazione!”. Mi aspettavo chissà cosa, invece il bar è deserto e ha anche la macchina del caffè spenta e dobbiamo aspettare che si scaldi.

Anche la simpatica vecchietta dietro al bancone si scandalizza quando gli ordiniamo solo il caffè e nada leche, che sembra che in Spagna si beva solo col latte. Poi però ci offre anche una fetta di torta di Santiago e ci regala una biro e un quadernetto per annotare gli appunti del cammino. La signora Henerosa (di nome e di fatto) si è meritata una foto con Ele e un angolino nei nostri ricordi.


Fuori Neda inizia un percorso con alcune salite belle dure, ma strada facendo mi accorgo i continui saliscendi avrei potuto evitarli se invece di seguire le frecce gialle avessi seguito la strada principale. Questo cammino sarà fatto spesso così con tante deviazioni per cercare panorami o la tranquillità delle strade secondarie o dei sentieri tra i boschi.



Cominciamo ad incontrare i primi lavaderos che sono fontane con vasche usate anticamente per lavare i panni dai quali prendiamo ombra e acqua fresca anche perché quando siamo partiti minacciava pioggia, invece camminando è uscito un timido sole e comincia a fare caldo davvero.


Sarà lo zaino, ma quando passiamo quasi tutti ci salutano e ci augurano buen viaje.
Mi capita un paio di volte di sbagliare strada e comincio a pensare che la mia traduzione della guida in inglese abbia qualche lacuna, comunque chiedendo qua e la abbiamo trovato la retta via anche se una commerciante ci ha mandato totalmente fuori strada.

I primi undici chilometri fino a Cabañas sono quasi tutti tra i boschi. Ho le gambe dure, ma il peso dello zaino che prima della colazione si faceva sentire ora pare diminuito.

Cabañas è una località turistica. C’è una bella spiaggia alla fine
della pineta con tanti chioschi e bar dove poter mangiare. Abbiamo ancora qualche provvista presa a Neda il giorno prima e decidiamo di sederci su una panchina all’ombra e mangiare quello che abbiamo nello zaino. C’è tanta gente in spiaggia e altrettanta sotto i pini a fare pic nic. Nel mare quasi nessuno e il perché lo capisco appena ci metto piede: l’acqua è gelida e ci vuole coraggio per tuffarsi; i miei piedi comunque “ringraziano” J.
Dopo aver riposato e preso un caffè partiamo, ma dopo mezzo chilometro mi accorgo di aver perso la guida e torno indietro a cercarla preso “inutilmente” dal panico. La ritrovo nella pineta e nel frattempo ritrovo anche Willy che ha da poco finito di mangiare e se ne va tranquillamente per la strada sbagliata. Lo chiamo e facciamo un po’ di strada insieme. E’ di Monaco di Baviera, è pensionato e non è il suo primo cammino di Santiago. Si ferma spesso a fotografare per cui ci lasciamo dopo il ponte sull’Eume.
Seguiamo il cammino attraverso la cittadina di
Pontedeume in un percorso tutto per un salita che sembra non finisca mai. Alla fine c’è una bellissima vista ma siamo a pezzi. Iniziano di nuovo i passaggi nei boschi ancora in salita. Ele le soffre mentre a me fanno male le gambe in discesa (che coppia!). Willy ci raggiunge e ci supera mentre stiamo cercando refrigerio all’ennesimo lavadero: ci fermiamo a tutti quelli che troviamo per rinfrescarci e cambiare l’acqua

delle borracce, dato che dopo pranzo è uscito il primo sole vero ed è una mazzata. Nel bosco troviamo anche una fontanella e un’altra area per riposare. Anche il tedesco si ferma spesso a riposare per cui facciamo ancora dei tratti di cammino insieme fino all’area pic-nic presso il ponte sul Baxoi (alla fine di una discesa, di fronte ad una ditta che commercia opere in calcestruzzo che si chiama “guntin” .....vedi guida...) dove c’è una
fontana di acqua fresca e tanta ombra. Dopo mezz’ora di sosta e una chiacchierata in anglospagnoitalotedesco con willy (al quale regalo la mia guida di J. Walker in inglese) ripartiamo insieme verso Miño, ma poco dopo mi accorgo di aver smarrito ancora la mia guida in italiano (la tengo infilata tra le cinghie dello zaino) e torno indietro a cercarla. Prima di raggiungere i miei compagni di viaggio passo mezz’ora da solo. Arriviamo al paese e all’albergue del pellegrino faticando ancora per qualche salitella. Giunti alla meta scopriamo che l’albergue è chiuso. Fuori ci sono i due danesi che hanno già chiamato l’addetto della protezione civile che aveva promesso che sarebbe arrivato i lì a poco ma è già un ora che aspettano e non si è fatto vivo nessuno. È domenica e c’è la festa del paese e la funzionaria pare sia scazzatissima. Nel frattempo parliamo (più o meno) di calcio, di cibo, del cammino, e dopo un’ora buona arriva “l’hospitalera”. Sì è unito ai pellegrini anche un ragazzo romano (Alessandro, riconosco subito che è italiano dal “Garzanti” che esce dallo zaino), poi arriverà anche un giovane spagnolo (David) pieno di vesciche ai piedi e per ultimi la famigliola spagnola di ieri che a giudicare dalle facce non hanno la macchina J. L’albergue pulito e ordinato è più piccolo e meno confortevole di quello di Neda. La doccia fatta è rigorosamente fredda e l’attrezzatura in cucina scarseggia, ma ci si può vivere qualche ora. Salgo in paese in cerca di cibo. Ele è distrutta ed è rimasta al rifugio a fare il bucato per cui dovrò portarle qualcosa. Due panini giganti con hamon cerrano e del buon polpo alla feria saranno la nostra cena. Il sole non tramonta mai da queste parti ma per noi è già ora di dormire anche se, come a Neda, c’è la festa che chiama coi suoi rumori e la sua musica. Abbiamo deciso di arrivare fino a Bruma facendo tutta la tirata e dovremmo alzarci presto.